Fenomenologia del Bussenghi

Mi chiamo Roberto Bussenghi…
e vengo da Usmate Carate…

Un jingle, una sigla, che introduce un personaggio agli antipodi con gli eroi shakespeariani. Un personaggio che – per dirla con Eugenio Montale – “se ne va sicuro”, nel senso di “sine cura”. Un uomo fiducioso nel suo futuro, che si concretizza in un passaggio quotidiano del “limes”. Limes, frontiera… non solo nel senso del confine “fisico” di Brusata-Bizzarone, ma anche del limite en soi. In fondo chi è Roberto Bussenghi, se non il paradigma dell’essere umano, che ogni giorno è chiamato a superare se stesso, in una continua sfida all’ignoto?
Bussenghi è l’inno all’ottimismo. Ogni mattina, “il Roby” è sicuro di riuscire nell’impresa. Lo dimostra proprio il prosieguo della canzone

ogni mattina mi presento a Bizzarone
passi la dugana e voo a Lügan a lavurà

Cioè: non prövi a passà la dugana, ma passi la dugana. Non cerchi de nà a Lügan a lavurà, ma voo a Lügan a lavurà. La sicurezza dell’uomo che non dubita dei propri mezzi, quasi con la serenità del “fanciullino” pascoliano – sempre alla ricerca di nuove avventure – e con il vecchio spirito del marinaio – di un Colombo, o di un Vespucci, o di un Cabral, che proseguirono con i loro viaggi e i loro sogni nonostante le difficoltà che neppure riuscivano a intravedere. Un marinaio, Bussenghi. Anche se, in questo caso, le sue onde sono la giungla d’asfalto che separa Usmate Carate da Lugano. Ecco: Usmate Carate. Questo nome quasi omerico, che indica un luogo che non esiste, e che sembra riportato giusto giusto da un antico racconto mitologico. Un nome che, però, ha un contatto con la realtà, dato che Usmate e Carate (da sole) sono due comuni realmente esistenti.
Un aggancio con il reale e un rimando a una fantasia onirica. E, in mezzo, l’ostacolo. Come, per Ulisse, le sirene, la Cassandra, Polifemo. O come, per Enea, l’amata Didone, portata alla morte dalla cieca passione per l’eroe fuggiasco.
L’ostacolo che trova Bussenghi, però, non è nulla di paragonabile alle prove a cui sono chiamati Odisseo ed Enea. L’ostacolo è un tutore della legge, che non lo riconosce mai e lo controlla sempre, in ogni occasione, con impeccabile puntiglio e precisione. Ma poi lo lascia andare, immancabilmente.
Bernasconi è la regola con cui ci imbattiamo nelle sfide che, quotidianamente, la vita ci propone. E, in fondo, potrebbe quasi rappresentare l’archetipo dell’altro da sé. Bussenghi non può stare senza Bernasconi, e Bernasconi non può stare senza Bussenghi. Non a caso, quando il frontaliere usmatecaratese trova un sostituto di Bernasconi alla dogana di Brusata-Bizzarone, non passa. Non ce la fa. L’uomo ha difficoltà a procedere senza il superamento di se stesso. Un po’ come un sistema triadico hegeliano che si arresta per assenza dell’antitesi. E proprio la mancanza di una sfida – l’assenza, impersonata dal Doganiere 2 – blocca (in modo apparentemente inspiegabile) il frontaliere. Come una barriera invisibile. Che solo un ritorno alla dinamica dell’ostacolo – cercato in modo sofferto, ma insistente, dal Bussenghi (o, meglio, dal suo subconscio) – riesce a infrangere.

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